Cenni Storici

di

 

Pietro Ficarra

 

L'origine del paese, come spesso capita, è incerta. Qualcuno sostiene che esso sia stato fondato da fuoriusciti della città di Tyndaris, importante città fondata nel IV secolo a. C. e prima greca e poi romana, mentre altri, più prudenti, ritengono che il luogo fosse sì abitato già in epoca greco-romana, ma da popolazioni rurali o da reclusi condannati ai lavori forzati o da esiliati dalle vicine città, la stessa Tyndaris e Abacena. Che il luogo fosse abitato in tempi molto antichi è comunque confermato dal ritrovamento di tombe, con vasi, nelle contrade Frassinello e Ospizio.
Incerta è l'origine o la motivazione del suo stesso nome, almeno fino all'alto medioevo, anche se viene azzardato che le popolazioni di origine greca chiamassero il luogo "Petra", forse per l'imponente emergenza rocciosa della località
Malopasso dalla quale fino ad epoca relativamente recente si ricavava un pregiato marmo rosa, e quelle romane, ancor meno verosimilmente, "Petrus".
Con il progressivo diffondersi del Cristianesimo dalle città alle campagne si cominciò probabilmente ad usare il nome "Sanctus Petrus", utilizzato per indicare oramai un nucleo abitato, e successivamente, certo nel tardo Medioevo, il borgo diventò "Sanctus Petrus super Pactas". L'abitato seguì ovviamente le vicende dell'isola, e fu quindi bizantina e poi soggetta alla dominazione degli
Arabi, conquistatori della Sicilia nel corso del IX° secolo, fino a quando il Conte Ruggero, nell'XI° secolo, non restituì questa terra al mondo cristiano.
Gli Arabi sconfitti lasciarono comunque ai posteri la loro eredità anche a San Piero. Il cuore più antico del paese si chiama infatti ancora oggi
Arabite, e ciò deriverebbe per qualcuno dal fatto che una popolazione araba, qui stanziata dopo la conquista, si fosse insediata in quella parte dell'abitato, e per altri dal fatto che gli arabi lì fossero costretti a viverci, in una sorta di "ghetto" fuori porta, per decisione dei nuovi conquistatori.
I
Normanni combatterono in zona alcune delle loro numerose battaglie. Fra i territorio di Librizzi e quello di Piano Campi una località è detta ancora Capitan d'armi e il nome potrebbe far riferimento a quell'epoca. Più significativa la vittoria di cui si ha memoria, riportata in contrada Vinciguerra.
Il Conte eresse in zona vari edifici e fondò, tra l'altro, il vicino paese di
Raccuja, e non lontano da esso un importante monastero basiliano. In questo contesto fu di grande significato il prolungato soggiorno in paese dei soldati di Ruggero, inviati in suo aiuto oltre che dal fratello Roberto il Guiscardo anche da altri signori, e in particolare, per quel che ci riguarda, probabilmente dal Marchese del Monferrato. Questa permanenza favorì la fusione della loro parlata forestiera con quella degli abitanti, dando vita a un particolare dialetto, riconosciuto come di "origine gallo-italica", non lontano da quello parlato anche a Novara di Sicilia, San Fratello e Randazzo, altre comunità cui Ruggero aveva assegnato soldati di analoga provenienza. Il paese può essere considerato ancora oggi come una sorta di vera e propria isola linguistica circondata da parlate di chiara origine siciliana, e così viene indicato in talune carte tematiche, a cominciare da quelle del Touring Club Italiano.
Nonostante l'instaurarsi di un sistema feudale il paese di San Piero Patti conservò talvolta la sua appartenenza al demanio regio, come sotto
Federico II di Aragona, ma poi, con il passare dei secoli, fu più spesso e a lungo infeudata. Signori del paese furono così via via gli eredi del giudice Giovanni De Manna, i baroni Orioles , i Caccamo, imparentati con gli stessi Orioles e, infine, i principi Corvino, e ciò fino all'abolizione della feudalità in Sicilia. Di questa lunga storia - ricostruita, per quanto possibile e con molti limiti storiografici, nei lavori di Argeri e Pintabona e meritevole di ulteriori auspicati approfondimenti - si ricordano soprattutto alcuni significativi episodi.
Uno dei più importanti di questi episodi si inserisce nella storia delle dinastie feudali e l'avvenimento viene da qualche anno ricordato con una bella rievocazione storica. Venne in paese nel 1356 re
Federico III d'Aragona, e invece di trovarvi un paese ostile - come pensava che fosse per il fatto che qualche anno prima, a causa delle angherie subite, gli abitanti si erano ribellati ai baroni Manfredo e Giovanni Orioles, uccidendo quest'ultimo - trovò invece un paese tranquillo che gli giurò fedeltà. Nel castello di San Piero il re rimase così tre giorni, emettendo tutta una serie di editti finalizzati all'amministrazione del Messinese.
Del Risorgimento si ricorda il consistente reclutamento a San Piero Patti di tanti volontari garibaldini, tra cui anche lo scienziato sampietrino
Giovanni Gorgone, fondatore della clinica chirurgica e del gabinetto di Anatomia patologica dell'Università di Palermo, che con tutta la sua scuola istituì e diresse un ospedale da campo a Milazzo per soccorrere i soldati che parteciparono a quella che fu una delle più importanti battaglie risorgimentali nel Meridione.
Dopo la cacciata dei Borboni il paese seguì le sorti della Sicilia nell'Italia finalmente unita. Il nome di San Pietro sopra Patti, utilizzato per molto tempo e con diverse varianti, fu cambiato definitivamente nel 1912 in San Piero Patti. Dalla fine del secolo XIX°, non in modo costante ma seguendo i principali e ben noti flussi di emigrazione, San Piero Patti si spopolò: prima l'America, poi l'Australia, la Germania, la Svizzera. Ma la sua storia contemporanea non è fatta solamente di questo lento abbandono per necessità della terra d'origine.
Non va dimenticata, anzi, l'esperienza fatta dai sampietrini nel Primo Dopoguerra, quando il paese rappresentò fra il 1920 e il 1921 la punta più avanzata del movimento proletario messinese. Prima come PSU e poi, dopo la scissione di Livorno, come PCd'I, il proletariato sampietrino, in un contesto ancora profondamente dominato da galantuomini e borghesia padronale, fu capace di vincere le elezioni amministrative e di governare il Comune. Fu una esperienza breve, interrotta a causa delle violenze squadriste, libere nel Mezzogiorno ancor più che nel resto del Paese di seminare violenza contro gli avversari politici. Di quell'esperienza fecero le spese non solo coloro che caddero sotto i colpi dei fascisti,
Marmorio e Lauria, ma anche coloro che furono inviati al confino e quanti furono costretti a lasciare il paese. Di questa storia ha scritto Pietro Bovaro nella sua tesi di Laurea qualche decennio fa, una tesi che avrebbe meritato almeno la pubblicazione da parte dell'Amministrazione Comunale, per farla conoscere alle più giovani generazioni.
La sconfitta del movimento lasciò comunque tracce importanti nella memoria dei sampietrini, tanto che si potrebbe parlare di resistenza strisciante durante il ventennio e negli ultimi anni di guerra. Ne furono in qualche modo conseguenza e dimostrazione la schiacciante vittoria repubblicana nel Referendum del 1946, con una proporzione che non ebbe eguali in Sicilia, e le amministrazioni rosse del Secondo Dopoguerra, che videro protagonista in prima persona il sindaco
Giuseppe Gorgone. Poi quell'esperienza si concluse, per vari motivi che varrebbe la pena di approfondire con ricerche serie, e con l'avvento degli anni sessanta il paese si piegò a una ondata migratoria e ad una assai meno onorevole storia politica.
                                                                         

     

Testimonianze storiche e artistiche


Data la lunga vicenda storica del paese, diverse e significative sono le testimonianze del passato, a cominciare dal quartiere Arabite, il cui impianto medievale è ancora leggibile nonostante le modifiche intervenute nei secoli e la trasformazione in senso moderno negli ultimi decenni di molte delle vecchie abitazioni. L'incapacità delle amministrazioni comunali che si sono succedute di dare regole per la conservazione di questo patrimonio urbanistico ha purtroppo ormai causato danni irreparabili a un ambiente per molti versi unico e caratterizzante, certamente prezioso e fruibile sotto molti profili, a cominciare da quello turistico e insediativo di particolari attività.

Delle numerose chiese un tempo esistenti sono rimaste le più importanti. Quella più interessante sotto il profilo architettonico è la
Chiesa di Santa Maria. Il portale esterno riporta la data di costruzione, che risale al 1581, ma l'impianto originario deve essere quattrocentesco. L'interno a tre navate, definite da belle colonne, è caratterizzato soprattutto da uno splendido soffitto barocco a cassettoni impreziositi da pregevoli intagli, opera di (Michele?) Aidala da Bronte, con al centro un altorilievo dell'Assunta in oro zecchino. Notevoli anche gli stucchi che decorano cupole delle cappelle absidali, vele, soffitto e altre parti del presbiterio. Significative comunque anche le opere d'arte ospitate all'interno della chiesa, a cominciare dal portale della sagrestia. Un bellissimo altare nel transetto destro, impreziosito da marmi policromi locali, ospita un Crocifisso cinquecentesco, mentre la vicina cappella di San Biagio la statua marmorea di scuola gaginesca del Santo patrono del paese. Prezioso è l'organo barocco del 1758, opera di Annibale Lo Bianco, famoso organaro di Galati Mamertino. Da segnalare infine che in fondo alla navata di sinistra è stata aperto di recente l'accesso ad un piccolo ambiente, un sudario che ospitava un tempo i resti mortali dei chierici defunti. Affianca infine la chiesa un alto campanile adornato da una bella finestra barocca.

In
Piazza Duomo sorge la Chiesa Madre o Matrice, settecentesca, ma quasi certamente edificata su un impianto trecentesco, o comunque sul luogo di una chiesa preesistente da lungo tempo. Della vecchia chiesa si hanno infatti già notizie nel XV° secolo. La chiesa, attualmente chiusa al culto, ha una semplice facciata arricchita da portali geometrici in pietra da taglio. La chiesa è stata danneggiata più volte a seguito di calamità, ma è stata sempre riparata e riaperta: danneggiata dal terremoto di Messina del 1783 e da quello più recente del 1979, alla fine dell'Ottocento fu soggetta a movimenti franosi, che ne minacciarono l'esistenza stessa. Affianca la chiesa il tozzo campanile, ribassato nell'Ottocento a causa del pericolo che incombeva su palazzo Orioles. All'interno diverse sono le opere d'arte di rilievo, soprattutto quelle marmoree, a cominciare dal sarcofago, sostenuto da due leoni e sormontato da una statua del Redentore in mezzo a due angeli, che accoglie le spoglie del nobile Domenico Natoli, sposo di Caterina Scaglione, che fece costruire l'opera nel 1608. Pregevoli le statue gaginesche raffiguranti Santa Caterina e la Madonna dell'Itria. Notevoli sono poi i numerosi elementi architettonici che decorano le cappelle laterali, a cominciare da alcuni portali e dagli altari della Madonna del Rosario e di San Pancrazio. Di rilievo infine il coro ligneo che circonda l'altare maggiore e alcuni dipinti.

Ai margini (un tempo fuori) del centro abitato è la
Chiesa del Carmine, annessa al Convento di recente restaurato e restituito alla comunità sampietrina per un uso pubblico. Conserva diversi affreschi di buona fattura, soprattutto quello al centro del soffitto, circondato da una cornice di stucco, datato 1722 e attribuito a un pittore locale, Antonino Spanò, alunno della scuola conventuale e poi, sembra, maestro della stessa scuola. Notevole è soprattutto l'impianto del ricco altare in legno con colonne tortili, che ospita al centro la Madonna ed è adornato di diverse sculture.
Il convento risale alla seconda metà del Cinquecento, anche se sulla data ci sono opinioni diverse, e ospitò i carmelitani fino a quando nel 1866 il nuovo stato unitario non lo soppresse, insieme ad altre istituzioni religiose sampietrine, confiscandone i beni.
Pare che la biblioteca del Monastero fosse famosa, ma i suoi libri andarono dispersi dopo la vendita conseguente alla soppressione. Con i restauri anche il bel
chiostro è stato restituito all'antico splendore e costituisce oggi un suggestivo scenario per manifestazioni all'aperto.

Fra le poche altre chiese salvate dalla distruzione e giunte fino a noi come luogo di culto si segnalano la
Chiesa dell'Annunziata, edificata a protezione del paese sul fianco della collina opposta a quella del Castello in località che porta il suo nome, che ospita il gruppo di scuola gaginesca dell'Annunciazione, e la Chiesa della Madonna delle Grazie, edificata su un roccia anch'essa ai margini del paese, all'inizio della carrozzabile per Raccuja. Seppure ristrutturata in chiave moderna, è da segnalare la chiesa del convento dei Minori Osservanti, soppresso anch'esso in base alla legge del 1866, perché ospita la statua di S. Maria di Gesù, notevole opera marmorea gaginesca. Visibili sono infine nella parte più antica del paese i resti della Chiesetta di San Leonardo.

Tra le memorie più belle che adornano il centro di San Piero Patti ci sono le fontane, a cominciare dalla barocca marmorea "
Fontana di Santo Vito", raffinata ed elegante, costruita nel 1686 con i favori del barone Giuseppe Caccamo. Più recente invece è la "Fontana del Tocco", ai piedi della Chiesa di Santa Maria, fatta costruire nel 1875 dall'Amministrazione Comunale dell'epoca e così detta, come l'attigua piazza, per i rintocchi delle ore del sovrastante campanile.

Dell'antico passato del paese di San Piero ci sono ancora altre testimonianze, meno evidenti - e meno insigni, se volete, di quelle artistiche - eppure non meno significative sotto molteplici aspetti, anche se di difficile lettura in un territorio adattatosi oramai da tempo alla contemporaneità. A cominciare dai resti dell’antica
torre del castello feudale. La base di quella che era una massiccia torre di guardia e di avvistamento è tutto ciò che rimane dell'imponente maniero che dall'alto del colle ha dominato per secoli il paese con la sua mole. Rovinato dopo il 1860 per l'uso degli abitanti di ricavarne pietre per le loro costruzioni, gli ultimi ruderi, con quella che doveva essere la polveriera, scomparvero agli inizi degli anni Cinquanta, quando sul luogo del Castello fu iniziata la costruzione di un moderno edificio scolastico.
Seminascoste nel tessuto urbano ci sono altre testimonianze, soprattutto ornamenti architettonici di abitazioni, che sarebbe il caso di catalogare (o almeno di censire). Altre rilevanze architettoniche sono costituire da dimore rurali sparse nel territorio comunale, testimonianze, con i loro manufatti destinatati ai vecchi lavori, di un mondo contadino che non c'è più.
Resiste ancora alle piene torrentizie, in contrada Pigno, l'antico ponticello che scavalca il torrente Urgeri, detto "u puntittu". In ambiente montano si possono osservare alcuni "
tholos", piccole costruzioni a pianta circolare in pietra utilizzate un tempo come ricovero dai pastori. Possono essere notati anche dal visitatore frettoloso che percorra la provinciale che porta alla statale 120, in località Taffuri. Singolare invece il palmento medievale a due livelli scavato nella roccia, osservabile in località Mindozzo.
Fra i beni più importanti vi sono certamente quelli di genere demo-etno-antropologico, in via di progressiva scomparsa essendo destinati ad essere sostituti sempre di più da manufatti moderni. Anche in questo caso sarebbe necessaria la loro catalogazione secondo le regole date a livello ministeriale (o almeno un loro censimento), e soprattutto la loro tutela e conservazione nell'ambito di una istituzione museale di tipo etnografico (ci sono oramai diverse realtà di questo genere nel territorio dei Nebrodi, anche se la loro "qualità" è spesso modesta). Meglio ancora sarebbe realizzare un'istituzione culturale di natura ecomuseale che possa riguardare l'intero territorio comunale.